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Un metato, l'essiccatoio per le castagne, a Ca' de Morelli di San Benedetto Val di Sambro (Bologna)
Un metato, l'essiccatoio per le castagne, a Ca' de Morelli di San Benedetto Val di Sambro (Bologna) — Foto: Naioli, CC BY-SA 4.0

Curiosità — lunedì 5 ottobre 2026, 09:00

La civiltà del castagno: l'albero del pane dell'Appennino

Per secoli in montagna il pane si è fatto con la farina di castagne, seccate per un mese sopra un fuoco che non doveva spegnersi mai.

In ottobre, sull'Appennino, per secoli non si è parlato d'altro. La raccolta delle castagne decideva se l'inverno sarebbe stato sopportabile oppure no, perché da quei frutti veniva la farina, e dalla farina il mangiare di ogni giorno. Dove il grano non rendeva, fra la media e la bassa montagna, il castagno faceva le sue veci: per questo lo chiamavano albero del pane, e la sua farina pane dei poveri.

I castagneti da frutto non sono boschi nati da soli. Sono piantagioni, curate e innestate, che nel Medioevo si diffusero su tanti versanti e divennero indispensabili per chi viveva in montagna. La tradizione attribuisce un grande impulso a Matilde di Canossa, che nei suoi domini fra Emilia e Toscana avrebbe fatto piantare castagni per dare da vivere alla gente di montagna; alcuni castagneti secolari vengono ancora chiamati matildici. Quanto ci sia di storia e quanto di leggenda è difficile dirlo, ma il fatto che il ricordo sia rimasto dice quanto contava quella pianta.

Gli studiosi parlano di una vera civiltà del castagno, perché tutto le girava attorno. Il frutto si mangiava fresco o secco, il legno serviva per travi, mobili, pali e attrezzi, dalla corteccia e dal legno si ricavava il tannino per conciare le pelli, e se ne faceva carbone. A Granaglione, nell'alta valle del Reno bolognese, attorno al 1920 funzionava una fabbrica che estraeva tannino dal legno di castagno.

Il cuore di tutto era l'essiccatoio. Nell'Appennino tosco-emiliano si chiama metato, nel Bolognese caniccio. È una casetta in pietra divisa in due da un graticcio di assicelle a circa due metri da terra: sopra si stendevano le castagne, sotto si teneva acceso un fuoco lento, alimentato solo con legna di castagno e con le bucce dell'anno prima. Il fuoco non doveva fare fiamma e non doveva spegnersi, per trenta o quaranta giorni. In molte case il metato era dentro l'abitazione, e d'inverno la stanza sotto il graticcio era quella dove ci si ritrovava la sera per la veglia, seduti su seggiole basse per stare sotto il fumo.

Le castagne secche venivano poi sbucciate e portate al mulino ad acqua, dove le macine di pietra le riducevano in una farina dolce e finissima. Da lì polenta, castagnaccio, frittelle, necci. A Granaglione un mulino del primo Settecento è stato restaurato e macina ancora.

Il declino è arrivato nel Novecento, con lo spopolamento della montagna nel dopoguerra e con due malattie, il mal dell'inchiostro e il cancro della corteccia, che hanno colpito duramente i castagneti. L'ultimo colpo è recente: nel 2008 è stato segnalato in regione il cinipide, una piccola vespa di origine cinese che deforma le gemme e riduce il raccolto. Dal 2009 il servizio fitosanitario regionale ha liberato nei castagneti il suo nemico naturale, un altro insetto, e oggi nella maggior parte dei boschi l'infestazione è tenuta sotto controllo, anche se va seguita anno per anno.

Anche il tempo ci mette del suo. Nel 1985 una nevicata disastrosa mise in pericolo centinaia di castagni a Castel del Rio, nell'Appennino imolese; i coltivatori reagirono unendosi in consorzio, e nel 1996 il loro marrone ha ottenuto l'Indicazione geografica protetta. È un buon riassunto di tutta la storia: una pianta generosa, che però da sola non basta, e che chiede in cambio cura e pazienza.

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