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Sorbe sul ramo: uno dei frutti dimenticati che si celebrano a Casola Valsenio (foto generica della specie)
Sorbe sul ramo: uno dei frutti dimenticati che si celebrano a Casola Valsenio (foto generica della specie) — Foto: Octopus, CC BY-SA 4.0

Curiosità — lunedì 12 ottobre 2026, 09:00

I frutti dimenticati di Casola Valsenio

Sorbe, nespole, giuggiole, azzeruole, pere volpine: nella valle del Senio i frutti che i nonni tenevano in solaio hanno un giardino, una festa e una cucina tutta loro.

C'è stato un tempo in cui in ogni podere di collina, vicino a casa, cresceva un sorbo, un nespolo, un giuggiolo, un cotogno. Non erano piante da reddito: servivano alla famiglia, soprattutto per avere qualcosa di dolce quando l'inverno era lungo e in dispensa c'era poco. Poi sono arrivati i frutteti specializzati, le varietà belle da vedere e facili da trasportare, e quelle piante sono rimaste ai bordi dei campi, sempre meno. A Casola Valsenio, nell'Appennino faentino, hanno deciso di non lasciarle sparire e le hanno chiamate con un nome che è rimasto: frutti dimenticati.

L'elenco è lungo e ha nomi che suonano antichi. Giuggiole, sorbe, nespole, corniole, azzeruole, mele cotogne, corbezzoli, melagrane, uva spina. E poi le pere volpine, piccole e dure, e le mele della rosa. Erano piante spontanee o coltivate negli orti e nei frutteti di casa fin dal tardo Medioevo, robuste, abituate alla collina e a cavarsela da sole.

Quasi tutti questi frutti hanno un rapporto stretto con la stagione fredda, ed è il lato che a un sito di meteo interessa di più. Sorbe e nespole appena colte sono aspre da legare la bocca: vanno stese sulla paglia e lasciate ammorbidire per settimane, finché la polpa diventa scura e dolce. Da qui il vecchio proverbio secondo cui col tempo e con la paglia maturano le nespole. Le pere volpine crude sono quasi immangiabili e danno il meglio cotte. Erano, in pratica, una dispensa che maturava da sola mentre fuori arrivavano le nebbie e le prime gelate.

Il cuore di questa storia è il Giardino delle Erbe, che porta il nome di Augusto Rinaldi Ceroni. Il professore cominciò nel 1938, quando decise di affiancare all'insegnamento di agraria gli esperimenti in campo sulle piante officinali. Da quel lavoro è nato un giardino a terrazze di quattro ettari, con oltre quattrocento specie fra erbe aromatiche e medicinali, e un arboreto dove si conservano le piante da frutto di una volta. Dal 2016 lo gestisce l'Ente Parchi e Biodiversità Romagna.

Dal giardino alla piazza il passo è stato breve. All'inizio degli anni Novanta il Comune e la Pro loco hanno inventato la Festa dei Frutti Dimenticati, che da allora si tiene ogni anno in ottobre, di solito in due fine settimana, insieme a quella del marrone. Il paese si riempie di banchi con cesti di frutti che molti ragazzi vedono per la prima volta, ci sono il concorso delle marmellate e quello dei dolci di castagne, e le visite guidate al giardino. Casola si presenta ormai come il Paese delle Erbe e dei Frutti Dimenticati.

La parte più convincente, però, si assaggia. I ristoranti della zona propongono in autunno una cucina costruita attorno a questi sapori: salse di sorbe, confetture di cotogne, torte di mele selvatiche. E c'è il migliaccio, una ricetta antica che mette insieme mele cotogne, pere volpine, cioccolato, pangrattato e canditi.

Qualche azienda agricola ha ripreso a piantarli sul serio, anche se quasi sempre in piccoli numeri. Non torneranno a riempire i mercati, e forse va bene così. Ma chi sale a Casola in un fine settimana d'ottobre, con l'aria che sa già di legna, si porta a casa un sacchetto di giuggiole e un'idea precisa di cosa volesse dire, una volta, prepararsi all'inverno.

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